quattro itinerari sonori

Il primo mi è venuto a cercare  in treno. Tentavo, giocando a caso con le frequenze, di aggrapparmi a qualcosa di adatto e allo stesso tempo utile a soddisfare l’esigenza dell’istante di isolarmi acusticamente. Sott’acqua. Ovatta. Asettico. Radio 3. Da subito entro in risonanza con Julia Holter: Hello Stranger  da loud city song.

Poi uno si ricorda di Beth Gibbons, Laurie Anderson, Bjork e tutta la tipologia  definibile “algide impalpabili”; e allora te la vai a cercare Anja Oyen Vister già dei Flunk: springtime con Howard  Maple.

Sia  con numb da colour the small one perchè  il brano è bello, mi piace e l’itinerario è complementare a tutti i costi.

Tornare piacevolmente in italia . Pure and easy con  The Dining Rooms da numero deux.

 

Annunci

I soliti sospetti di Bryan Singer

La sera in centro quando piove tutto s’intasa. La donna con lo sguardo stravolto e i capelli bagnati è comunque bella; implorante bussa al lato destro della mia auto. Le faccio cenno di salire: “Non vorrei pensasse male. Non trovo più la mia audi. Posso chiederle un passaggio? Abito a 5 isolati”. Indica la direzione che mi allontana dal centro.  Vabbè.  E’ uscita con l’amica a vedere un film al  Vertigo. L’amica è tornata a casa col marito in tram. Lo smartphone HTC  dimenticato in macchina.  “Ero arcisicura di averla lasciata in piazza Mancuso  proprio accanto al cinema”.  Per superare l’imbarazzo le chiedo del film.

I soliti sospetti. La storia di cinque criminali  sfigati messi assieme per fare un colpo che va a segno. Ma un intermediario col nome giapponese propone ai cinque un lavoretto per conto di un boss spietatissimo e senza Dio: Keyser Söze. I cinque sono tentati dal “dirty work”  consistente, tra l’altro, nel rubare la roba degli altri.  Con le più tipiche motivazioni del noir (diventare ricchissimi e  vivere per sempre con la donna dei tuoi sogni) i gentiluomini, si lasciano coinvolgere in un viaggio di sola andata.  Un film perfetto nella sua costruzione:  tensione e suspense  sono dosate sapientemente nell’andamento ritmico elegantissimo che aggroviglia lo spettatore e lo conduce fino al colpo di scena finale.”

Mi limito ad un “Non mi sembra recentissimo”. Siamo quasi arrivati a destinazione. “Si In effetti io e la mia amica avremmo voluto…..”.  Non c’è tempo di finire la frase. “Scendo qua.! ecco qui! perfetto! grazie”. Osservo la narratrice inattendibile avviarsi nel buio zoppicando impercettibilmente. Un lampo. Inversione. Tornando a ritroso noto l’insegna della  Pizzeria Mancuso. Alla fermata del tram c’è un cartellone”HTC ONE” Non manca il chiosco gelateria Vertigo  accanto alla concessionaria audi.

ENERGIA PULITA: FV CON ACCUMULO D’IDROGENO

Effetto serra, inquinamento, piogge acide: sono solo alcuni degli effetti nefasti provocati dal diffuso e consolidato impiego di fonti non rinnovabili  per la produzione di energia. Si può sperare in un mondo fondato sull’energia pulita? Difficile rispondere a tale domanda ma è innegabile: sono numerosi i  progetti e le sperimentazioni che tentano coniugare la crescente richiesta di energia all’esigenza di minimizzare le indesiderate conseguenze che ne derivano dalla sua produzione. I sostenitori dell’economia dell’ idrogeno (H2) ritengono che nel futuro sarà possibile risolvere il problema energetico e quello ambientale.

Più realisticamente, nel presente, sono vari i processi disponibili per  ottenere H2 da fonti rinnovabili (eolico, idroelettrico, solare) impiegato per la produzione di energia elettrica  (en. el.) da celle a combustibile. Il principio è molto semplice:  l’en. el., ad esempio prodotta tramite  fotovoltaico (FV), si usa per ottenere elettroliticamente H2 dall’acqua; l’idrogeno opportunamente stoccato alimenta la cella a combustibile che produce en. el. con lo scarto di acqua!. Un generico impianto è sostanzialmente costituito dai seguenti elementi: pannelli FV,  elettrolizzatore, serbatoio di accumulo per l’ H2 e cella a combustibile.

Primo vantaggio: pulizia degli “ingredienti” (acqua e sole) e  dello scarto (acqua). Basta con CO2, SO2, PM10, IPA, diossine,  ecc, ecc.. Inoltre nel FV con accumulo di H2,  l’energia  in esubero  è trasportabile,  e come tale utilizzabile  in tempi successivi a quelli in cui viene prodotta.  Ma  non è finita! Si è dimostrato che la quantità di H2 prodotta in un anno in un impianto residenziale risulta maggiore rispetto a quella richiesta, nello stesso anno, per integrare il fabbisogno di en. el.

Non è fantascienza: in Corsica  è nato il più grande sistema di produzione di energia solare immagazzinata come H2,  a Forlì  di recente è stato inaugurato un nuovo centro di sperimentazione, in Valle d’Aosta  sarà costruita la prima casa ad H2. Tuttavia è bene precisare l’H2 da FV non è ancora economicamente competitivo anche se sviluppo e sperimentazioni proseguono senza sosta: la distribuzione e  la commercializzazione  di sistemi vantaggiosi, che utilizzano  l’idrogeno ottenuto da fonti rinnovabili, non appare lontanissima.

involtini alla messinese su vellutata

500 g di noce di vitello (oppure lacerto) 100 g di pangrattato 50 g di pecorino grattugiato ½ spicchio d’aglio 50 g di burro 70 ml di olio d’oliva Prezzemolo q.b. Sale q.b. Per la vellutata 200 g di cicoria + 50 g di burro

Al pan grattato si aggiunge il pecorino, un cucchiaino di sale,  prezzemolo tritato fino e aglio finissimissimo, si mescola e si aggiunge l’olio continuando fino ad ottenere un composto uniforme. In origine il macellaio provvedeva a tagliare la noce ottenendo dadini che sottoposti a sapiente battitura conducevano a trapezi di base maggiore3 cm, base minore 2,5 cm altezza 3 cm. Ogni singolo trapezio imburrato sul lato interiore e passato nel miscuglio sopradescritto. Si deve ottenere la panatura su entrambi i lat:i anche se quello imburrato deve trattenerne di più. Si arrotola il trapezio di carne fino ad ottenere l’involtino (detto braciolettina). Difficilmente il vostro macellaio vi preparerà i trapezi di noce e tenuto conto che ha il coltello dalla parte del manico, non insisterei. Vi restano due alternative: a) vi fate dare la noce intera e provate e riprovate a tagliare e battere fino a quando ci riuscite; b) se non ci  riuscitie o non v’interessa mettere in pratica il metodo originale, fatevi affettare la noce o il lacerto in fettine dello spessore 1-2 mm. Il procedimento d’imburratura -panatura-avvolgimento potrà essere eseguito sulle fette intere. I rotoli ottenuti possono essere sezionati in involtini non troppo spessi di 3 massimo 4 cm. Infilzate 5 o sei spiedini per ciascuno spiedo. La cottura ideale è sulla brace ma per evitare disastri vanno bene 15-20 minuti di forno a 200 °gradi. Eviterei le foglie d’alloro e suggerirei quelle di limone. La cicoria ben lavata viene sbollentata e quindi raffreddata in acqua e ghiaccio. Si completa la cottura, si filtra e si frulla, si aggiunge il burro fuso e si mescola fino ad ottenere l’omogeneità. S’impiatta ogni spiedino su un letto di vellutata e si guarnisce con insalatina di pomodori pachino (basilico fresco, olio, sale). Abbinerei volentieri rosso dell’Etna (80% nerello mascalese 20% nerello cappuccio).

ma perché non te ne vai a Ushuaia?

Ho giurato e rigiurato di non andare più alle feste dove suonano DJ  i cui nomi subiscono l’alterazione vezzeggiativa: che musica zalla*!!!!. Per non precipitare nel dilagante senso di alienazione mi rintano in un angolo a fumare. Inconsapevolmente offro il mio lato debole a Marlowe, da poco tornato da uno dei suoi viaggi. Incapace di oppormi, non mi resta che ascoltare il suo resoconto.

Ushuaia, se va bene, la raggiungi da Punta Arenas in Cile, in sole 12 ore di pullman, perché se va male, cosa probabile visto che in Patagonia c’è sempre troppo vento, le condizioni del mare rendono impossibile il traghettamento e quindi ti tocca tornare indietro e riprovarci il giorno dopo. Se sei stato tanto fortunato  da attraversare   indenne lo  Stretto di Magellano  ti  ritrovi in Argentina e ti attendono solo  10 ore di pullman attraverso  i tipici paesaggi da Terra del Fuoco. L’unica città che ti separa da Ushuaia  è  Rio Grande quella usata come avamposto dagli argentini durante la guerra delle Malvinas.  Durante il viaggio  il tempo scorre lentissimo: poco loquaci compagni d’avventura, le steppe  e  i silenzi infiniti interrotti soltanto dagli isterismi collettivi provocati dall’avvistamento di un paio di guanaco(s). Se riesci a mantenere la massima calma anche quando lo psicotico del sedile accanto ti indica dal finestrino l’esemplare di pseudalopex culpaeus lycoides, ti ritroverai come d’incanto a Ushuaia. Potresti accontentarti di spararti a piedi i 4 km che ti separano dal ghiacciaio  Martial, limitandoti a fare un giretto per le birrerie della Ushuaia by night, nel tentativo di comprendere per quale ragione gli alakaluf e gli yamana si siano cunzumati** con l’etilismo. Ma non lo fai e sai perché?”. il DJ stacca la musica per salutare nuovi arrivati, l’improvvisa quiete sonora fa echeggiare l’interrogativo attirando in modo imbarazzante l’attenzione degli alienati rintanati nell’angolo adiacente. Riattacca la musica  e la voce di Marlowe può tornare a rimescolarsi  a pochi centimetri dal mio orecchio. “Perchè Ushuaia non è la vera città più a sud del mondo, ma da lì puoi raggiungere Puerto Navarinos e quindi in un paio d’ore raggiungere via terra Port Williams che,  finalmente, è la  vera città più a sud del mondo. Dopo aver fatto incetta di vento, paesaggi , silenzi, natura selvaggia e solitudine in bilico tra bellezza e angoscia, puoi snocciolarti i 2 giorni di viaggio per tornare a Punta Arenas. -”Ma come ci sei arrivato a Punta Arenas?”- Vorrei chiedere. Marlowe, forse leggendomi nel pensiero anticipa ”Da Roma via Madrid e poi Santiago del Cile; c’è una compagnia cilena che assicura i voli interni a basso costo. Il periodo ideale va da Novembre a Febbraio.” Dal profondo non riesco a trattenere l’emersione di inquietanti interrogativi: ma per la stessa cifra non potrei andare due settimane in Trentino a fare snowboard? o per molto meno  in aliscafo Messina – Reggio C. A/R in una giornata di scirocco?

*  apprezzabile da chi è sprovvisto (anche temporaneamente) di buon gusto; ** allontanati dalla rettitudine

Il tesoro della Sierra Madre di B. Traven

“Potrebbe interessarti qualcosa sul desiderio? Intendo desiderio smodato e irrefrenabile” Chi ha parlato si è appena materializzato nella libreria di Novara meta del mio girovagare annoiato a caccia di coinvolgimento emozionale in avventure cartacee. Gli rivolgo una rapida occhiata:  sui cinquanta portati male sfoggia un completo in tweed. Concludo che non possiede fattezze, tono e movenze tipiche di chi è pagato per mollarti un pacco. Tossisce, aspira da una gitanes, trattiene il fumo e mi allunga, utilizzando sapienti polpastrelli ingialliti, l’edizione economica de “il tesoro della Sierra Madre” di B. Traven. Il titolo innesca connessioni sinaptiche capaci di riportare alla mia memoria l’omonimo e ottimo film di J. Houston, proposto, sorprendentemente verso la fine degli anni ’70 dalla RAI post riforma di matrice democristiana, in un ciclo curato memorabilmente da Claudio G. Fava e dedicato a Bogart. L’uomo in tweed  rilancia: “tre amerikani, nel Messico post rivoluzionario e neo colonizzato inseguono il sogno di arricchirsi a dismisura”. Prendo il libro, corro alla cassa e pago. Prima di uscire passo a setaccio la libreria ma non rimane alcuna traccia dell’uomo in tweed,  nessuno lo conosce.

Il libro tratta delle disavventure di tale Fred Dobs, cialtrone ma colpevole solo di vivere nell’illusione di poter sanare con l’oro, il proprio conflitto interiore.  Il lettore è avvisato: solo a colui che saprà superare  la prima parte (un pantano di miseria, sporcizia e umanità allo sbando, dispensate senza badare a spese con realismo stucchevole) il libro apparirà in tutta la sua selvaggia  bellezza. Innegabilmente vintage, ma attualissimo nell’italietta invasa da ultracorpi Vanziniani: il contagio, della febbre dell’oro,  è assicurato.